Pauline

PaulineIl cartello recita: “Pauline Bordeaux, copiste au Musée du Louvre”. Ho incontrato Pauline in Saint-Germain-des-Prés; era un pomeriggio di agosto e, nonostante il caldo, lei era fresca come una rosa. Sempre intenta a sistemare i suoi disegni con l’aiuto di mollette da bucato, appoggiati a un drappo posto su un paio di sedie. Dietro, il carrello della spesa completava il suo atelier mobile. Per quindici euro vendeva piccole riproduzioni di quadri o loro dettagli; ma la vera bellezza era lei e il suo sorriso.

 

Pauline

Favola

Questa sera mi sono raccontato una favola. La mattina quando mi sono svegliato mi sono accorto di averne proprio voglia così mi sono detto che se fossi stato bravo tutto il giorno, la sera dopo cena me la sarei raccontata. Durante la giornata ho svolto tutti i miei compiti con diligenza, a cena non ho fatto storie e ho mangiato quello che mi sono preparato, avendo sempre in mente la ricompensa serale.

Dopo cena ho iniziato a pregustare la storia e continuavo a dirmi di avere pazienza; una parte di me era già all’opera per immaginarne una nuova, ma mancavano ancora alcuni particolari che sarebbero serviti a dare un po’ di brio al racconto. Io sono esigente in fatto di favole e quando me le racconto sono molto attento e critico.

Arrivato il momento giusto mi sono sistemato in studio di fronte al mio portatile con una bella pagina bianca pronta per essere inondata di parole e ho atteso trepidante l’inizio. E’ comparso il titolo, subito messo in grassetto per evidenziare l’importanza, ma ho imparato che solo da quello non si capisce tanto, quindi ho atteso che le prime righe introducessero la storia.

Dopo una pausa le parole sono sgorgate veloci con poche correzioni fatte via via che le dita viaggiavano veloci; ma dopo qualche capoverso mi sono detto:

“Ma cosa è questa storia! Ma cosa mi racconto!”

In effetti mi sono riletto e ho capito di aver preso una cantonata scrivendo cose che mi ero già raccontato. Ho fatto ammenda cancellando qua e là e riformulando l’idea e, così facendo, l’interesse è tornato a crescere e così pure il grado di apprezzamento.

Dopo un po’ mi sono fatto i complimenti perché ciò che mi dicevo mi piaceva, anzi, mi sentivo così coinvolto da darmi dei suggerimenti per rendere la trama ancora più intrigante. Mi piaccio proprio quando mi tratto bene.

Al termine ho salvato la storia per poterla sognare qualche altra volta, ho scollegato le dita dal cuore cui erano connesse durante la scrittura e sono tornato in me, non prima di essermi ringraziato per la bella serata.

In auto a Bombay

A Bombay, un po’ fuori dal centro, verso nord.

Nel centro della città si respira un clima automobilisticamente più corretto, ma basta spostarsi verso la periferia che l’istinto dell’automobilista indiano ha il sopravvento scatenando l’innata ingegnosità nella guida del mezzo.
E non è un caso che lì sia consentito installare sugli scooter al posto del portapacchi un seggiolino per bambini come quelli che in occidente vengono montati sulle biciclette in modo che oltre alle 3 persone sedute sulla sella e alla quarta in piedi sulla pedana, un infante possa trovare posto giusto sopra la targa posteriore.

Stavo rientrando in albergo dopo una giornata passata a spasso per il centro, accompagnato dal mio consueto autista Jay quando, percorrendo una strada ormai periferica, l’auto comincia a dare segni di malfunzionamento: il motore si spegne, va a singhiozzo. Lui inizia ad armeggiare spegnendo il condizionatore e spegnendo il motore ad ogni sosta; è evidente che ha dimenticato di fare benzina e i continui sobbalzi fanno affluire male quella che è rimasta.

Naturalmente non ci sono stazioni di benzina lungo quella strada, ma il problema non scompone il mio autista che si sarà sicuramente raccomandato a qualche divinità locale per poter arrivare a destinazione. Intanto seguiamo un autobus sfruttandone la scia, indifferenti alla puzza dei gas di scarico che dobbiamo inalare data la vicinanza dei mezzi; ma la cosa ha vita breve, o la benzina era più scarsa del previsto o la sua divinità non era tanto potente. Lungo un rettilineo avviene l’inevitabile: il motore, stufo di funzionare solo con alcune tracce di gas, si spegne definitivamente.

Contemporaneamente, l’autobus che ci precede mette la freccia in vista della fermata e rallenta; in quelle circostanze, una persona avveduta si sarebbe fermata al margine della strada e sarebbe andata alla ricerca di carburante, ma il mio ineffabile autista pensa invece di proseguire e, a motore spento e sfruttando un po’ dell’inerzia rimasta, mette la freccia per superare l’autobus!
Il sorpasso avviene in un silenzio irreale, senza il rombo del motore, ad una velocità che si riduce sensibilmente a mano a mano che si avanza; io vedo sfilare a fianco a noi il primo finestrino, il secondo finestrino… non arriviamo a godere del terzo finestrino perché in quel momento l’autista dell’autobus, incurante nella nostra silenziosa presenza accanto a lui, mette la freccia e riparte.

Ora il mio autista è leggermente in apprensione e manifesta il suo sentimento nel tipico gesto locale: si mette a suonare il clacson per far notare al collega più grande la nostra manovra. Per tutta risposta l’autobus si mette a suonare indispettito e così di rimando fa il mio autista mentre i due mezzi gareggiano in lentezza affiancati. Passano momenti interminabili in cui, per effetto di un’inesistente discesa o per mano della divinità o del vento favorevole, riusciamo a superare l’autobus mentre tutti i suoi passeggeri sono sporti dai finestrini e ci guardano increduli. Al termine, soddisfatto dell’esito della sua prodezza, il mio autista mette la freccia e si riporta nella carreggiata di marcia per poi fermarsi in uno spiazzo sterrato lasciando proseguire indisturbato l’autobus.

Il silenzio è ormai totale; solo qualche scimmia sugli alberi continua a ridere della scena cui ha assistito e l’autista per nulla scomposto, mi dice di non preoccuparmi che andrà a prendere un mezzo per accompagnarmi a destinazione. Io attendo a fianco della macchina guardandomi intorno gustandomi la vista di quel posto inconsueto e dopo più di mezz’ora vedo arrivare un rottame dalle dimensioni di un autobus, dal colore ruggine… anzi, si tratta proprio di ruggine, senza vetri alle finestre e seguito da un fumo denso come se il mezzo fosse inseguito dalla tormenta; quel “coso” alla fine si ferma vicino a me e, una volta dissolto il nuvolone, riconosco alla guida il mio autista che mi dice di aver rimediato da un “amico” il catorcio fumante.

Mi dice di salire e io con grande spirito di avventura mi addentro nel monolocale semovente ormai privo di sedili e con il fondo cui mancano alcuni pezzi tanto che la strada è ben visibile sotto di me. Senza preavviso parte rombando e io faccio appena in tempo a tenermi a qualche sostegno temendo il tetano; dopo pochi minuti arriviamo a destinazione e ci salutiamo come se nulla fosse successo. Ora capisco perché ci sono così tante divinità in India: sono tutte occupatissime a salvare la gente dagli autisti scellerati.